SANTUARIO DI GIUNONE GABINA -GABI VIA PRENESTINA
“Dopo l’Osteria dell’Osa, avanzando per la via Prenestina, presso un tratto di essa oggi abbandonato, a circa 18 chilometri da Roma, s’incontra il bacino del lago di Castiglione, con le rovine dell’antica Gabii. È questo uno dei luoghi della campagna romana da cui spira la più solenne poesia …”.
Così scriveva nel 1928 Antonio Muñoz in “Attraverso il Lazio” soffermandosi a lungo sulla storia del luogo e sulla descrizione della grandiosa cella del tempio di Giunone, la cui pietra locale di origine vulcanica “ha preso una intonazione calda rossastra, tanto che i contadini del luogo la chiamano la casa roscia” (foto 1).

L’area archeologica di Gabii, cui si accede dalla via Prenestina Nuova, verrà aperta alla fruizione del pubblico grazie al progetto di valorizzazione “Gabiinsieme”, che vede coinvolti il Comune di Roma, la Soprintendenza Speciale di Roma Archeologia Belle Arti e Paesaggio, il Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” con il sostegno del Progetto S.U.S.A. (Smart Urban Sustainable Area). Il progetto prevede per ora sette domeniche di apertura straordinaria, dal 6 giugno al 10 ottobre 2021, con visite guidate, spettacoli, attività ludiche per bambini e con l’arte del maestro Michelangelo Pistoletto, ovvero 100 panchine in plastica riciclata che saranno disposte a formare il Terzo Paradiso, simbolo di rinascita sempre attuale (foto 2 e 2 bis).


Si tratta di un programma di attività ed eventi gratuiti che rende possibile un primo approccio a un sito di grande suggestione e che potrebbe diventare in prospettiva un polo d’attrazione culturale di notevole rilevanza dell’hinterland romano: un itinerario alternativo per scoprire tesori archeologici come il tempio di Giunone Gabina, la regia, le terme, le fortificazioni e il tratto di basolato dell’antica via Prenestina, troppo a lungo dimenticati ed esclusi dai circuiti della cultura capitolina.
Già frequentata in epoca protostorica, Gabii è stata un centro politico, economico e culturale fondamentale nel Latium vetus prima dell’ascesa di Roma (tra l’altro, secondo una tradizione riportata da Plutarco, vi sarebbero stati educati alle lettere e alle armi Romolo e Remo), tanto che la via che la collegava a Roma si chiamò Gabina, prima di chiamarsi Prenestina. La città continuò a prosperare anche sotto il dominio dell’Urbe, ma verso la fine della Repubblica doveva essere già in decadenza se Orazio, in una sua epistola, la cita come esempio di luogo deserto:
“Scis, Lebedum quid sit: Gabiis desertior atque Fidenis vicus” (“Sai cos’è Lebedo: un borgo più abbandonato di Gabii e Fidene”, in Ep. I, 11).
Dalle sue cave proveniva il lapis gabinus (pietra gabina), un tufo particolarmente apprezzato perché si riteneva che fosse ignifugo, tanto da essere utilizzato a Roma nel Tabularium (l’archivio della città) e nel muro che separava i fori imperiali dalla Suburra, la zona popolare non di rado colpita da incendi.
Nel Medioevo vi sorsero alcune chiese, di una delle quali ammiriamo i resti della struttura e il campanile in pietra e mattoni, nelle cui pareti sono incastrati frammenti di sculture romane: era dedicata a San Primitivo, che qui fu martirizzato (foto 3 e 4).


L’area archeologica di 60 ettari, localizzata al XII miglio dell’antica Via Prenestina, come ha ricordato la soprintendente Daniela Porro nella presentazione dell’evento alla stampa,“venne acquistata negli anni ‘80 del ‘900 dallo stato attraverso un atto di prelazione e affidata alla Soprintendenza di Roma che aveva già posto un vincolo paesaggistico. La Soprintendenza ha curato gli scavi e il restauro di questo luogo, che è divenuto una sorta di camposcuola per gli archeologi italiani e stranieri”.
Vi hanno lavorato, oltre all’Università di Tor Vergata, che è partner del progetto di valorizzazione, il Museo del Louvre, l’Università di Bonn, l’Università del Michigan, la Scuola Spagnola di archeologia, la Scuola di restauro di Matera. Del resto la sua importanza archeologica risale alla seconda metà del Settecento, grazie ai primi scavi eseguiti da Gavin Hamilton nel 1791 (foto 5).

I resti del monumentale santuario di Gabii rappresentano, fin dal Settecento, una delle vedute archeologiche più celebri del Lazio, come si vede anche in un’incisione presente nel libro di Antonio Nibby Viaggio antiquario ne’ contorni di Roma (1819) (foto 6). Costruito alla metà del II sec. a.C. nell’area di un precedente complesso sacro, il santuario è stato attribuito a Giunone grazie al rinvenimento, alcuni decenni fa, di un frammento della decorazione del tetto sul quale era presente una sigla riconducibile a Giunone, il cui culto a Gabii è testimoniato da Virgilio nell’Eneide (VII, 682) con la citazione degli arva Gabinae Iunonis (campi di Giunone Gabina).

Il complesso, delimitato da un muro di recinzione che chiudeva un ampio spazio rettangolare, era occupato da un portico su tre lati, due dei quali presentavano una serie di tabernae adibite probabilmente alla vendita di oggetti per il culto ed ex voto. Il lato non interessato dal portico era invece occupato da una gradinata teatrale (cavea), che doveva ospitare i fedeli durante le cerimonie religiose. Al centro dell’area spiccano i resti monumentali della cella del tempio, poggiante su un podio. L’edificio era un periptero sine postico, ovvero senza colonne sul lato posteriore, mentre aveva sei colonne sulla facciata anteriore e nove su ciascun lato lungo (foto 7).

Nell’area compresa tra il tempio e il portico era stato installato un boschetto sacro artificiale (lucus), attestato dal ritrovamento di numerose fosse per alberi a distanza regolare. Accanto all’altare, situato in prossimità della scalinata di accesso al tempio, è stato rinvenuto l’anello in ferro utilizzato per legare le vittime sacrificali. Un frammento di una lastra dell’altare conserva parte di un’iscrizione con il nome del dedicante: Marcus Cornelius Cethegus, console a Roma nel 160 a.C.
Il santuario di Giunone Gabina rappresenta uno dei primi esempi laziali di complessi architettonici sacri, contraddistinti dalla compresenza di un tempio e di un teatro: una caratteristica mutuata dal mondo greco-ellenistico, il cui caso più celebre nel Lazio è quello del santuario di Fortuna Primigenia a Praeneste (attuale Palestrina).
Altri avanzi che suscitano la nostra curiosità sono quelli di un edificio del VI secolo a.C. scoperto nel corso delle campagne di scavo condotte tra il 2007 e il 2012. È stato identificato come “Regia”, ovvero la dimora del rex della città, ed è di grande interesse sia per lo straordinario stato di conservazione, sia perché permette di approfondire la conoscenza di un periodo misterioso della storia romana a cavallo tra l’età monarchica e la repubblicana. Infatti il rex potrebbe essere quel Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo, che secondo le fonti antiche avrebbe conquistato Gabii uccidendo i maggiorenti della città ostili a suo padre. La Regia è la prima struttura abitativa di età arcaica rinvenuta con murature integre fino a due metri di altezza (foto 8 e 8 bis).



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